pusher

Diversamente pusher

A-rivista anarchica, aprile 2020
+ Un atlante del mondo sommerso

Ci sono storie che nessuno racconta e molto spesso le cose non scritte e non dette sono quelle che riguardano la maggior parte delle persone. Di sostanze illegali se ne parla sempre in modo superficiale, soprattutto sui grandi media e troppo spesso la narrazione mainstream è più tossica delle sostanze vendute sul mercato illegale. L’antropologia del contemporaneo, le etnografie nelle zone grigie delle nostre metropoli ci aiutano a riorientarci e a capire meglio fenomeni nascosti sotto la coltre del perbenismo o peggio della malafede.
Nel mio lavoro su I dannati della metropoli (nuova edizione economica 2020, Milieu edizioni) cerco di capire meglio, grazie ai protagonisti spesso invisibili dei margini delle nostre città, come si alimenta la città illegale e come è labile quel confine che ci vogliono far credere monolitico tra città legale e illegale.
Sono convinto che esistono da sempre due città, una legale e l’altra illegale le cui frontiere si spostano a seconda delle epoche storiche e delle necessità economiche contingenti. Spesso gli abitanti di queste due città si sfiorano, interagiscono, confliggono. Sulle loro contaminazioni si costruisce il tessuto sociale. Quasi sempre gli abitanti della città oscura non hanno voce sui media ufficiali: sono un numero, una statistica o un titolo di giornale. Per questo trovo importanti quei lavori che nascono dalla necessità di far parlare i protagonisti del disagio e della devianza che vivono e attraversano le nostre metropoli. Nel 2019 Agenzia X, editore da sempre attento alle culture underground e alle minoranze metropolitane e non solo, ha dato alle stampe un libro particolare e forse unico nel suo genere: Diversamente pusher di Pablito el Drito. Un libro potente che potremmo considerare un lavoro di etnografia urbana tra spacciatori DIY, o comunque sicuramente nemici del grande mercato della droga gestito dalle mafie locali o internazionali, una sorta di atlante “autogestito” dello spaccio di sostanze.
L’autore non è un antropologo e non si è posto tutte le problematiche metodologiche etnografiche tipiche di lavori non egemonici di campo, ma ha lavorato con molta attenzione per consegnare a noi lettori un testo serio e pieno di informazioni difficili da reperire su un mondo nascosto, per questo ho deciso di incontrarlo per fargli qualche domanda sul suo lavoro, che già dalle prime pagine mi è sembrato molto convincente: “Viviamo in una società sempre più drogata, lo dicono le statistiche. L’addiction di questi tempi è una norma più che un’eccezione. C’è chi ogni giorno fuma due pacchetti di sigarette, ingurgita cinque o dieci caffè e tracanna con nonchalance quattro Negroni. Chi la mattina va di antidepressivi e la sera di benzodiazepine. Chi assume Viagra o Cialis per migliorare le proprie performance sessuali. Chi fatica tutto il giorno e non vede l’ora di buttarsi sul divano con un joint in bocca. Chi si bomba di steroidi o anabolizzanti per diventare più muscoloso. Ci sono insospettabili impiegati che usano eroina da anni. Aviatori che volano per trentasei ore filate usando pillole up e poi, rientrati alla base, assumono pillole down. Manager, ma pure artigiani, cuochi e baristi (nella mia esperienza i più accaniti) che si fanno di coca fin dal mattino, lavorano in maniera ossessiva per dodici-sedici ore e poi spengono il cervello sovraeccitato a suon di ansiolitici.”

Prima di entrare nel cuore del libro vorrei porti qualche domanda specifica su cosa ti ha mosso per iniziare a scrivere e se c’è un collegamento diretto ai tuoi lavori precedenti che analizzavano il mondo dei rave.
Pablito – Questo è un libro che avrei voluto scrivere da sempre, per raccontare uno spicchio di realtà invisibile ai più. Mi è stato ispirato dalla lettura di Evasioni e rivolte di Emilio Quadrelli e da Cercando rispetto di Philippe Bourgeois. Il mio ultimo libro in qualche modo è collegato ai miei primi due, anche se è diverso in quanto non è né un romanzo come era Once were ravers, né un libro di storia orale come Rave in Italy. Diversamente pusher è infatti un’inchiesta sullo spaccio DIY.

Altra cosa che mi interesserebbe molto sapere è il metodo che hai utilizzato per le interviste, se erano amici o sconosciuti, se vi siete incontrati per anni o se sono interviste fatte con un paio di incontri, il grado di condivisione ed empatia, se sono state interviste scritte o registrate, auto-narrazioni o racconti che hai sollecitato, insomma come forse sai credo che il metodo in un’indagine sociale soprattutto nelle zone grigie delle nostre metropoli sia fondamentale e che i mezzi che si utilizzano fanno la differenza sul campo, se ti devo raccontare una storia di illegalità davanti a un registratore è una cosa, se sei uno sconosciuto o se abbiamo amici in comune. Perché una cosa è certa: a seconda delle condizioni cambia il racconto.
Quel che posso dire è che quasi tutti i pusher già mi conoscevano come autore di libri “scivolosi”. Ne conoscevo, almeno di vista, meno di metà. Gli altri mi sono stati indicati da forti consumatori di sostanze che erano loro clienti e di cui mi hanno garantito professionalità e disponibilità. Le interviste sono state realizzate vis-à-vis registrando gli incontri. Alcuni degli intervistati si sono aperti senza difficoltà, altri hanno richiesto chiarimenti e garanzie anche prima dell’incontro fisico. Spesso gli incontri hanno richiesto qualche ora, e in un caso sono stati necessari ben due giorni. All’inizio avevo raccolto venti interviste, poi ne ho scartate otto. Alcune storie infatti erano vicende troppo particolari per essere pubblicate, potevano smascherarne il protagonista. Devi pensare che alcuni dei pusher sono tuttora in attività e che alcuni sono ancora punibili per i fatti che mi hanno raccontato. Per lo stesso motivo ho dovuto adottare molte tecniche degne di una spy story (crittografia, nomi fittizi, incontri in luoghi neutri, etc.).

Entriamo nel vivo del libro, siamo una società drogata e questo lo sappiamo. Usi e abusi di sostanze sono all’interno di ogni classe sociale. Cosa significa vendere ma essere contro il grande mercato della droga?
Significa non comprare dalle mafie. Le possibilità sono varie. Autoprodurre per vendere, contrabbandare direttamente dai luoghi di produzione e vendere, o rubare a chi produce e vendere. O una miscela delle tre cose. Ovvio che questo discorso non funziona con tutte le sostanze: cocaina ed eroina sono monopolio delle grandi corporation della droga. A loro è difficile rubare la merce, il rischio è la vita. Se le vuoi vendere le compri da loro, e in questo caso il discorso etico contro il dominio, la sopraffazione e la violenza non è fattibile. Viceversa con quasi tutte le altre sostanze può funzionare, almeno in una certa misura.

Ma se le sostanze sono vendute da un mercato “autogestito” fanno meno male?
Le sostanze fanno male, sempre. Però se sono pure e usate nelle giuste modalità e quantità sicuramente sono meno pericolose. In generale più alta è la consapevolezza da parte dei consumatori, più si riduce il rischio. Per questo sono molto importanti tutte quelle esperienze autogestite di drug-checking organizzate dal basso, penso al progetto Lab57 a Bologna. A Lab57 si rivolgono i consumatori, non i pusher, che vogliono sapere se quello che han comprato è quel che dovrebbe essere o meno. I pusher seri quando trattano certe sostanze (trip e pastiglie in particolare) possono accedere a database che catalogano questi prodotti in base al marchio che riportano (https://www.ecstasydata.org), indicandone il contenuto in base ad analisi quantitative o qualitative.

La droga, soprattutto se pesante e assunta in giovane età, non è un addormentatore sociale?
Certamente la droga ha nella maggior parte dei casi lavorato contro il cambiamento sociale, soprattutto gli oppiacei. Però ci sono state epoche in cui un altro tipo di sostanze, penso all’ecstasy negli anni ’90 e alla marijuana e all’Lsd negli anni ’60/’70, hanno creato o comunque alimentato un immaginario di libertà, rivolta e comunione universale. Difficile però calcolare in maniera scientifica se e come l’uso di queste sostanze abbia impattato sulla società.

Un qualcosa che fa molto comodo a chi ci vuole nei ranghi dei bravi cittadini silenti e sottomessi?
Nell’attuale società della prestazione e dell’ansia trovano maggior diffusione droghe che sono gestite principalmente dallo stato e dalla mafia. Ti faccio qualche esempio: ci sono milioni di persone che usano ansiolitici, e molti di questi sono venduti in farmacia senza ricetta, o con ricette scadute o timbrate più volte. È una situazione ben chiara, su cui non c’è interesse ad intervenire. Per esempio, in carcere l’uso di psicofarmaci è di fatto incentivato. Anche il metadone, succedaneo degli oppiacei, viene somministrato ai prigionieri su richiesta, così che non si agitino troppo.
La mafia ha il monopolio su cocaina e eroina, che come dice uno degli intervistati “sono droghe altamente infognanti”. La cocaina viene molto spesso usata per essere efficienti più che per divertirsi, per questo è così richiesta in una società competitiva e prestazionale come la nostra. Ha una diffusione enorme e il suo consumo è spesso associato all’alcol. La usa gente che lavora, per correre come criceti sulla ruota. I consumatori di coca spesso non la considerano neanche una droga, perché la sostanza dà loro l’illusione di essere efficienti, naturali e positivi. L’eroina invece è un veleno che rende passive le persone. Sfortunatamente non solo non è mai passata di moda, ma ora la usano anche i giovanissimi. Il triste aumento delle morti per overdose ne è una testimonianza evidente.
Negli Stati Uniti gli oppiacei sintetici, prescritti legalmente, hanno ucciso già centinaia di migliaia di persone, di ogni età. Considera però che in Italia, la sostanza che uccide di più è l’alcol, che fa 43 mila morti all’anno, una cosa che non si dice mai quando si parla di sostanze. Eppure la maggior parte delle persone non considera l’alcol una droga.

La storia o le storie che ti hanno colpito di più?
Certamente quella che parla del dark web. Un intervistato mi ha raccontato il perché del suo passaggio dal mondo del “pusheraggio” classico a quello informatico peer-to-peer. Mi ha convinto del fatto che questo tipo di canali di acquisto e vendita rivoluzioneranno il metodo di lavoro del piccolo e medio spacciatore, garantendogli più sicurezza e più guadagni. Prima lo spaccio era territorializzato: dovevi agganciare qualcuno nelle piazze e risalire la catena per spuntare quantità maggiori a prezzi minori. Tutto ciò avveniva fisicamente, al centro c’erano i corpi, e poteva essere anche più pericoloso (risse, “pacchi”, furti, coltellate, etc.). Invece utilizzando sistemi anonimi su internet, criptovalute e buste anonime che viaggiano tramite sistemi postali, si ha un qualcosa di fluido, deterritorializzato, che rompe con le logiche gangsteristiche e territoriali, conducendo invece a una visone chiaramente anarco-capitalista della cosa. I market sul dark web sono frequentati da centinaia di migliaia, forse milioni di persone, che hanno la possibilità di accedere ai prodotti di decine di migliaia di fornitori diversi e di dare feedback sulla qualità delle sostanze e del servizio, esattamente come avviene nei market legali come eBay o Amazon.

di Andrea Staid

il manifesto, 8 dicembre 2019
+ Voci e storie della cultura sotterranea dello spaccio

La vita di molte persone è caratterizzata dalla gestione dei sentimenti attraverso i farmaci, dalle pillole per dormire ai narcotici pesanti. La chimica è diventata parte di noi e non riusciamo a vedere quanto ci ha cambiato. Non siamo solo sottoposti ai poteri che decidono delle nostre vite, anche le nostre emozioni sono demandate alla stimolazione chimica. Eppure non capiamo perché le sostanze che assumiamo non siano in grado di liberarci dalla fatica e dalla depressione, dalla mancanza di desiderio che caratterizza la nostra condizione psicopolitica. Pablito el Drito nel suo originalissimo Diversamente pusher. I battitori liberi dello spaccio si raccontano (pp. 160, 14 euro) appena uscito per le edizioni Agenzia X, va oltre questa analisi raccontando un mondo che non è mai stato raccontato, quello dell’”autogestione” dello sballo, dai giri amichali al dark web. I protagonisti di Diversamente pusher sono donne e uomini che cercano di aggirare i sistemi mafiosi. Soggetti che preferiscono rapporti ispirati a modelli più umani, mutuati dalla prassi delle controculture e delle economie alternative. Esperienze interessanti anche perché si contrappongono all’immaginario creato e manovrato dalle grandi aziende dell’intrattenimento e del narcocapitalismo. È nota la contraddizione delle politiche proibizionistiche, che vietano la circolazione di determinate sostanze in favore di altre, nonostante il dichiarato proposito di tutelare la salute delle persone e di evitare comportamenti autolesionistici. È reso illegale il consumo delle “droghe” (suddivise in una rabberciata ripartizione tra “pesanti” e “leggere”, o addirittura tutte confuse in un unico novero). Sono però legali alcolici, tabacco, videogiochi d’azzardo, psicofarmaci. Crea dipendenza fra l’altro anche la tecnologia che usiamo quotidianamente, È un po’ meno noto il fatto che il delta-9 tetraidrocannabilo, principio attivo della Cannabis, in numerose ricerche di ambito accademico, pubblicate in autorevoli riviste scientifiche, sta rivelandosi utile a fini terapeutici in una serie di patologie peraltro diverse tra loro. C’è chi utilizza la cannabis, dunque, non necessariamente fumandola, e non per forza per scopi “ludici”. È poco conosciuto il fatto che già negli Stati Uniti, una delle misure adottate per annientare il Partito delle Pantere nere, è stato tollerare lo spaccio di sostanze stupefacenti, colpendo proprio il sottoproletariato afroamericano, che quell’organizzazione attraeva. Anche nell’Italia della fine degli anni Settanta, un periodo cruciale per i movimenti antagonisti, la diffusione dell’eroina ha falcidiato moltissimi giovani. Oggi lo spaccio continua e riguarda classi sociali e generazioni diverse, mediante un settore di mercato vero e proprio, non differente da molti altri per persone coinvolte e “volume d’affari”. Nel nuovo contesto, i più poveri subiscono le conseguenze della fruizione di prodotti a bassissimo costo, poiché acquistano sostanze pericolosamente adulterate. La condizione di alcuni spacciatori che decidono deliberatamente di percorrere una strada che possa essere definita “etica” non era mai stata raccontata. Lavorano autonomamente dalle organizzazioni criminali. Respingono la logica dello spacciatore legato a gruppi mafiosi, che fornisce di proposito ai propri clienti “droga che svuota le tasche”, perché li porterà alla dipendenza, “roba” che li condurrà presto o tardi alla morte. Selezionano innanzitutto il tipo di sostanze da vendere e scelgono le persone da cui rifornirsi (tenutari di piccolissimi laboratori): ciò implicherà non concorrere con “il giro” che intendono evitare: effettuano esami sui campioni di merce seguendo criteri in qualche modo scientifici, e spesso provandola per primi. Questi sono gli argomenti trattati in questo saggio, che distilla un segmento di storia mai scritta, con testimonianze dirette, corredate da una esaustiva introduzione, un repertorio di fonti specifiche e un glossario per decodificare una parte del gergo inevitabilmente prodotto da una cultura sotterranea e clandestina.

di Rocco Marzulli

Vice.com, 25 novembre 2019
+ Chimici, studentesse e hacker: chi sono i battitori liberi dello spaccio

Di recente è stato pubblicato lo studio più esteso di sempre sul consumo di droghe a livello mondiale. Risultato: tra quelle misurate (la marijuana non rientra tra queste), in Italia la cocaina è la più usata, e nella zona di Milano negli ultimi sette anni il suo consumo è aumentato esponenzialmente.
In fatto di sostanze ognuno ha le sue convinzioni, e non esistono droghe da buoni o da cattivi. Se c’è una cosa che sappiamo della coca, però, è che le narcomafie hanno il controllo quasi assoluto del mercato, dalla produzione alla distribuzione. E lo stesso vale per eroina e hashish. Ciò di cui invece si parla meno, è l’esistenza, oltre questo monopolio della criminalità organizzata, di un mercato sommerso, fatto di sostanze e regole del tutto differenti.
Diversamente Pusher, i battitori liberi dello spaccio si raccontano, pubblicato recentemente dalla casa editrice milanese Agenzia X, è una raccolta di dodici interviste a spacciatori italiani che si muovono fuori dal mercato dei “big player”.
Senza idealizzazioni né toni epici alla Breaking Bad, Pablito el Drito, al suo terzo libro, fa parlare uno spacciatore-hacker che usa il deep web come piazza principale, chimici che si sono messi a produrre metanfetamine perché insoddisfatti dei fornitori, una studentessa che si è pagata l’università privata smazzando speed e ketamina, e molti altri.
Tutte storie di soldi, vittorie, sconfitte e dipendenza, che fanno intravedere il passato e il presente dello spaccio in Italia e in Europa—da come è cambiato il mercato negli ultimi decenni ai rischi (grossi) del mestiere. Ho incontrato Pablito, aka Pablo Pistoiesi, per saperne di più.

Chi sono i battitori liberi?
Non credo ci sia una definizione bella e pronta, però posso darti la mia: un battitore libero è un anarchico dello spaccio. Di solito è una persona che si trova già nel milieu delle droghe, ne fa uso, trova un modo di approvvigionarsi al di fuori delle grandi organizzazioni mafiose. Quasi sempre si tratta di sostanze diverse rispetto a quelle della criminalità organizzata.

Ovvero?
Le grandi organizzazioni mafiose in Italia sono interessate a vendere droga a tutti: trattano quasi solo eroina, cocaina e fumo di bassa qualità. Le persone che ho intervistato trafficano principalmente sostanze sintetiche: non vendono eroina, pochissime trattano cocaina e per quanto riguarda il fumo lavorano su qualità molto più alte.

Hai usato un metodo preciso per fare le interviste?
Ci tengo a precisare che Diversamente pusher non è un libro con pretese scientifiche, ma un’inchiesta. Delle informazioni che mi sono state date, ho verificato il possibile usando altre fonti orali, conoscenze in comune con gli intervistati oppure cercando nella letteratura. C’è stato un moltiplicarsi di documentari, memoir e saggi negli ultimi anni—come L’asfalto sulla pelle di Gennaro Shamano, oppure Operazione Blue Moon – Eroina di stato della Rai.
La grossa difficoltà di questo lavoro è stata creare un rapporto di fiducia con gli intervistati: i pusher dovevano fidarsi di me per potermi parlare nel dettaglio della loro attività, senza temere conseguenze, io dovevo fidarmi di loro per assicurarmi che non dicessero cazzate.

So che devi mantenere l’anonimato, ma l’età media degli intervistati qual è?
Il più giovane ha 32-33 anni, il più vecchio 55.

E dove si collocano, geograficamente?
Principalmente in città del centro nord e del nord Italia—più a sud, le organizzazioni mafiose hanno più potere. Le storie che parlano di contrabbando, invece, si svolgono anche oltre i confini nazionali: in Marocco per il fumo, in Spagna e Repubblica Ceca per l’oppio, in India per la charas, in Olanda e Paesi Baschi per le droghe sintetiche e in UK/India per la ketamina.

Le storie seguono più o meno tutte lo stesso schema. Hai fatto sempre le stesse domande?
Più o meno sì, mi interessava capire quando e come i protagonisti del libro sono entrati nel mondo delle droghe e come hanno iniziato a lavorarci. Un’altra domanda che ho fatto sempre era se agissero secondo un’etica. Ognuno mi ha dato una risposta diversa, da “svolgo un servizio alla comunità” a “non ho mai tagliato la droga, né truffato nessuno” fino a “non tratto certe droghe perché sono contrario.”

Qual è la storia a cui tieni di più?
Quella dei ventenni che, nel pieno boom delle droghe sintetiche degli anni Novanta, hanno improvvisato un laboratorio artigianale e si sono messi a produrre le metanfetamine grazie alle loro conoscenze scientifiche. Non lo facevano per venderle, erano degli idealisti: volevano sperimentare, ma in giro non trovavano la qualità che li soddisfaceva, allora se le producevano da soli.

Alcuni degli intervistati raccontano anche di arresti e incontri-scontri con le forze dell’ordine. Si definiscono tutti antiproibizionisti?
È naturale che lo siano: lavorano nel mercato delle droghe come piccoli imprenditori, mentre il proibizionismo crea di fatto un monopolio di ricchissime multinazionali mafiose, che spesso lasciano dietro di sé una lunga scia di sangue.
Che sia chiaro, slogan tipo “droga per tutti” sono a loro volta sbagliati, è un discorso molto scivoloso e complesso. Il consumo di droghe non è mai privo di rischi. Ma il proibizionismo provoca anche ignoranza, e se la gente non viene informata sulle sostanze, compra cose che non sa cosa sono e come si usano.

Alcuni dei pusher che hai intervistato dicono di informare sempre la clientela sulla qualità del prodotto, e di vendere soltanto a nicchie di persone consapevoli, anche a costo di limitare il business. Dici che è vero?
Chi può lo fa. Alcuni le testano prima su se stessi, altri forniscono le analisi chimiche. Nel 2019 ci sono [anche] reti di utenti come ecstasydata.org create per scambiarsi informazioni sulle partite di droga tracciabili: pasticche e trip principalmente, ma anche altro. Lo spiega molto bene lo spacciatore-hacker che vende nel deep web.

Sì, una delle interviste— forse tra le più interessanti— ne parla nel dettaglio. Dici che il deep web è davvero il futuro dello spaccio?
Sì, secondo me è la nuova frontiera. Se ci pensi, lo spaccio DIY è iniziato con i carichi di hashish dal Marocco o dall’India negli anni Settanta e Ottanta, ma parliamo di due generazioni fa. Poi i paesi confinanti hanno aumentato i controlli, allora negli anni Novanta si è andati sulla rotta delle droghe chimiche prodotte in nord Europa. Ma anche in questo caso, sostanze che prima erano legali—come la ketamina—sono diventate illegali.

Chiaro. Ne parlavamo anche in rapporto ai rave, la tecnologia che si è sviluppata ultimamente è una variabile non da poco.
Eh sì, prima degli anni Novanta gli scambi avvenivano fisicamente nelle piazze delle città. Poi i cellulari e gli smartphone hanno cambiato tutto. Con l’automatizzazione dei bazar della darknet siamo a un livello ancora più avanzato, in cui valgono più le logiche hacker che quelle di strada. Ora la merce viaggia in pacchi postali anonimi.

di Antonella Di Biase

Zero.eu, 19 novembre 2019
+ Lo spaccio indipendente è etico
Comincio con un altro libro, Works di Vitaliano Trevisan, in cui l’autore racconta tutti i lavori che ha fatto dall’adolescenza alla maturità di scrittore (tenendo conto della frase conclusiva che recita: “tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto di invenzione”). Geometra, costruttore di barche a vela, lattoniere, magazziniere, e una sequenza incredibile di altri mestieri, tra cui lo spacciatore di acidi.
“A chi si chiede cosa c’entrino gli acidi con il lavoro, dirò che, contrariamente a quanto si crede, spacciare è un lavoro a tutti gli effetti. […] È un lavoro come tanti altri, un commercio che obbedisce alle stesse fottute regole di mercato. Nel nostro Paese, e anche in molti altri, solo la profonda e inestirpabile ipocrisia di stampo cristiano-cattolico che, fin dalla più tenera età, sclerotizza i cervelli della maggioranza, fa sì che talune sostanze siano bandite dal mercato, e altre, altrettanto devastanti, liberamente vendute. Il mercato però ha sempre obbedito solo a se stesso. Proibire la vendita e l’uso di una qualsiasi sostanza non ottiene altro effetto che costringere all’illegalità un mercato che comunque continuerà a esistere, con tutte le conseguenze del caso”.
Due o tre cocktail Martini ben fatti notoriamente producono una perdita di controllo più potente di due tiri di canna o di coca, ma il barista e il produttore di gin sono considerati persone normali o in certi casi piccoli eroi dello star system, mentre il pusher (o anche un coltivatore di maria in vaso) è il delinquente per antonomasia.
Ovviamente in molti casi lo è, perché il proibizionismo alimenta il mercato controllato dalla criminalità organizzata. Ma esiste un milieu di pusher indipendenti, che vendono acidi, pasticche, ketamina, MDMA, speed, oppio ed eventualmente erba e fumo, che riesce a restare fuori dal traffico mafioso, concentrato soprattutto sul monopolio di eroina e cocaina.
Pablito el Drito, storico attivista milanese autore di Once were ravers e Rave in Italy, ha dato voce a dodici storie di pusher appartenenti a questo universo variegato, fatto di sostanze, ambienti e mezzi in parte contigui, in parte completamente diversi tra loro, dagli ultimi sprazzi freak all’avanguardia hacker. Dal coltivatore diretto di erba che arriva a manipolare gli incroci genetici per produrre le specie con un preciso equilibrio di alcaloidi al Robin Hood dell’oppio che ruba i papaveri nei campi spagnoli o cechi destinati a rifornire grandi multinazionali farmaceutiche come la Bayer per rivendere la sostanza a prezzi onesti. Dal navigatore del darkweb, che compra in bitcoin e al tempo stesso diffida della parte capitalista dell’anarcocapitalismo, al piccolo dealer di speed che rifornisce una clientela composta soprattutto da medici e infermieri, passando dal piccolo chimico che impara a cucinare MDMA con l’olio di Sassofrasso.
Quasi tutti hanno cominciato a vendere le sostanze che consumavano, non a fini di lucro, ma per coprire le spese dei propri esperimenti. Poi qualcuno ne ha fatto un vero e proprio lavoro, mentre altri, magari vivendo una vita di squat, rave o di ritiro agreste a basso consumo, ha continuato ad autoprodurre o a “muovere” piccolissime quantità di sostanze, il minimo indispensabile. Ed essendo quantità poco ingombranti, la logistica si semplifica: è facile muoverle imboscandole nei condotti di aereazione dei furgoncini, nelle lettere postali, ma anche ingoiandole o infilandosele su per il culo, un classico.
Tutti rivendicano un alto standard etico, fondato su due elementi principali: il controllo sulla qualità della sostanza e la filiera produttiva e l’estraneità a circuiti violenti e mafiosi (qualche volta è possibile cogliere, in questa sorta di confessioni, persino una sfumatura razzista sui meridionali, simili ai messicani di Winslow ma in versione soft).
“Il rifornimento di speed funziona in maniera diversa da quello della coca, in cui arrivano bancali di merce mossi da mafie internazionali, servizi segreti, militari. I laboratori sono piccoli, spesso vengono smontati e rimontati, le quantità che producono sono anche molto diverse”. Gli indipendenti hanno clienti-amici, aficionados, o compagni di rave e feste, non anonimi, quindi non tagliano – se non il necessario per scongiurare pericolosi eccessi di purezza -, non rubano sul peso, non tirano pacchi, vendono a prezzi onesti. “Posso dire di essere stato etico, gentile ed elegante. Certe volte, se le droghe erano troppo buone, per evitare di tagliarle, spiegavo ai clienti come usarle. A momenti gli davo il libretto di istruzioni!”.
La piazza migliore in Italia è Milano: “il primo motivo è che c’è una richiesta di sostanze molto alta trasversale, sia nell’età che nelle categorie sociali. É una piazza molto più simile a Londra che a Napoli. Dagli avvocati ai muratori si fanno tutti le stesse droghe, più o meno”.
Quindi anche su questo fronte la città è l’avanguardia di una società che, come dice Pablito nell’intro, è sempre più drogata, dove l’addiction è una norma più che l’eccezione: “C’è chi ogni giorno fuma due pacchetti di sigarette, ingurgita cinque o dieci caffè e tracanna con nonchalance quattro Negroni. Chi la mattina va di antidepressivi e la sera di benzodiazepine. Chi assume Viagra o Cialis per migliorare le proprie performance sessuali. Chi fatica tutto il giorno e non vede l’ora di buttarsi sul divano con un joint in bocca. Chi si bomba di steroidi o anabolizzanti per diventare più muscoloso. Ci sono insospettabili impiegati che usano eroina da anni. Aviatori che volano per trentasei ore filate usando pillole up e poi, rientrati alla base, pillole down. Manager, ma pure artigiani, cuochi e baristi (nella mia esperienza i più accaniti) che si fanno di coca fin dal mattino, lavorano in maniera ossessiva per dodici-sedici ore e poi spengono il cervello sovraeccitato a suon di anseolitici”.
Il confine tra ciò che è più o meno dannoso, crea maggiore o minore dipendenza, è più o meno accettabile, è una delle cose più arbitrarie che esiste. Le leggi che regolano la materia, in aperta contraddizione con il buonsenso sociale ed economico, sono il frutto di battaglie simboliche e interessi non trasparenti. Urge una svolta antiproibizionista.

di Lucia Tozzi

Facebook, 18 novembre 2019

+ Diversamente pusher

Nel libro Diversamente pusher, Pablito el drito, già autore di Rave in Italy e Once were ravers. Cronaca di un vortice esistenziale, svela un mondo di piccoli spacciatori “anarchici”, legati ingenuamente agli ideali di pace, amore ed espansione della consapevolezza della controcultura all’opposto dei cliché abituali che lo accantonano al meglio alle multinazionali mafiose con i loro “soldati” criminali e al peggio al problema psichiatrico delle tossicodipendenze da droghe legali e illegali sempre più diffuse (secondo il XXI rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze attualmente il mercato della droga ha un valore di 24 miliardi di euro).
“Sono le classi subalterne – scrive l’autore – a essere le principali vittime delle dipendenze dalle droghe pesanti, a causa di minor accesso all’istruzione, al reddito, all’assistenza sanitaria. I ricchi, anche se si drogano più dei poveri, consumano sostanze di miglior qualità, meno tagliate e quindi in teoria meno dannose. Inoltre avendo più risorse, sicuramente materiali ma spesso anche culturali, possono accedere a cure impensabili per le classi medie proletarizzate, per i lavoratori poveri, per i precari a vita.”
Il libro Diversamente pusher, dando la voce ai “battitori liberi dello spaccio” e ai loro racconti s’inserisce nella ricerca etnografica sul campo e a una specie di mutazione che la porta su strade soggettiviste radicali: etnografi come David Hayano, proveniente dal mondo del gioco d’azzardo (Poker Face, Berkeley 1982), Carlos Castaneda con il suo primo libro del 1979 dedicato all’insegnamento ricevuto da uno stregone yaqui che lui chiama Don Juan, Tobias Schenebaum, pittore di professione che finisce con il diventare etnografo della tribù degli Akarama (Sono stato un cannibale, Longanesi, Milano 1978), Susan Krieger, attivista di una comunità femminista (The Mirror Dance, Philadelphia 1983), Philippe Bourgois, antropologo e ricercatore americano, che a metà degli anni novanta decise di vestire i panni dello spacciatore e di scendere nelle strade dei ghetti ispano-portoghesi di New York (Cercando rispetto, Drug economy e cultura di strada, DeriveApprodi, Roma 2005) sono tra i principali autori che si possono citare per illustrare la tendenza radicale della nuova etnografia.
A differenza degli anacoreti della scienza che non utilizzano il proprio corpo e le proprie emozioni come strumento di ricerca, anche con la nuova etnografia a cui approda il libro Diversamente pusher di Pablito el Drito, attivista, storico delle controculture e dj, si produce un sensibile spostamento: invece di verificare delle ipotesi da dimostrare o respingere con esperimenti, si parte dall’esperienza vissuta per elaborare delle ipotesi.
L’inchiesta, condotta “sul campo”, è una mina per la riflessione sulle disastrose condizioni demagogiche, repressive e spettacolari legate allo spaccio, all’acquisto, all’uso e al consumo delle droghe legali e illegali. L’imperativo auto-imposto di “diventare uno di loro” consente all’autore di produrre uno straordinario esempio di letteratura sociale.

di Gianni De Martino

tonyface.blogspot.com, 14 novembre 2019

+ Diversamente pusher

Un libro che affronta nel modo migliore un argomento particolarissimo: lo spaccio di sostanze curato dai “battitori liberi”, lontani dal circuito mafioso, indipendenti, con un’etica personale non esclusivamente utilitaristica.
I pusher (anonimamente, ovviamente) raccontano le tecniche, le modalità, le particolarità di un mondo di cui si parla il più delle volte a vanvera e per “sentito dire”.
Sono racconti di donne e uomini che hanno vissuto o vivono tuttora nel milieu della droga, consumandola ma soprattutto vendendola, cercando di hackerare o aggirare le regole del sistema mafioso.
Testimonianze che palesano odio per la gerarchia, per le ipocrisie dei benpensanti, per il comando, lo sfruttamento, la violenza.
Il tutto contestualizzato ad una SOCIETA’ DROGATA che cerca disperatamente di aumentare le proprie performance, in uno scenario turbocapitalistico che impone di essere sempre “preso bene”, attivo, positivo”, “sul pezzo”.
Dove è necessario essere sempre connesso e iperveloce dove tutto funziona sette giorni su sette, 24 ore su 24 e dove è indispensabile riuscire a stare dietro ai tempi delle macchine.
Sono le classi subalterne, così come è sempre stato, a essere le principali vittime delle dipendenze dalle droghe pesanti, a causa di un minor accesso all’istruzione, al reddito, all’assistenza sanitaria.
I ricchi consumano sostanze di migliore qualità, i più abbienti possono accedere a cure impensabili per le classi medie ploretarizzate.
Opera particolarissima e interessantissima.

di TonyFace

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